Cristina Sarigu è un’artista sarda autodidatta. La sua pittura nasce da un’urgenza interiore. Dipinge quando sente il bisogno di trasformare emozioni, pensieri e visioni in colore, lasciandosi guidare dall’istinto più che da un progetto prestabilito.
Musica, danza e pittura fanno parte dello stesso linguaggio espressivo. Il ritmo, il movimento e le linee si intrecciano in opere caratterizzate da colori intensi, forme essenziali e volti che non cercano di rappresentare persone reali, ma emozioni, energie e frammenti di umanità.
Al centro della sua ricerca ci sono l’amore, la libertà, la resistenza e la possibilità di immaginare un mondo più umano. Le sue opere non impongono significati, ma lasciano spazio allo sguardo di chi osserva, affinché ciascuno possa ritrovarvi qualcosa di sé.
Le sue opere sono state esposte in Sardegna e fanno parte di collezioni private in Italia e all’estero. «Non dipingo ciò che vedo. Dipingo ciò che sento. E quando un’opera è finita, spesso mi emoziona ancora più di quando l’avevo immaginata. Mi piace pensare che continui il suo viaggio lontano da me, vivendo in luoghi altri e nutrendo occhi e anime altre, chissà dove nel mondo. Perché ogni opera è stata parte della mia vita, ma può diventare parte della vita di qualcun altro.»

L'opera
Ri-Umanizziamoci
Il volto è coperto, ma il cuore è aperto.
Questa donna vuole rappresentare la possibilità di ritrovare ciò che, ogni giorno, stiamo perdendo: la nostra umanità.
È immersa nella natura perché è lì che riconosciamo di appartenere a qualcosa di più grande di noi. La natura non insegna l'odio, insegna l'equilibrio, la cura, l'interdipendenza e la vita.
Viviamo in un tempo in cui il dolore degli altri sta diventando e forse lo è già diventato, un'immagine da scorrere, una notizia tra tante. Ci stanno insegnando ad odiare, ci stanno abituando ai genocidi, alla violenza, alle ingiustizie, fino a considerarle normali. La disumanizzazione non inizia con le armi: inizia quando smettiamo di sentire.
Quest'opera nasce da questa domanda: quanta umanità siamo ancora capaci di custodire?
La kefiah racconta una storia precisa, potente e oggi più che mai è arrivata in ogni angolo del mondo e, come la Kefiah anche il cuore, appartiene a tutti. il cuore però non parla soltanto della Palestina. Parla di ogni luogo in cui la dignità umana viene violata e ferita, parla di ogni popolo che difende la propria terra, la propria memoria, la propria identità. Parla anche di noi, delle nostre scelte quotidiane, della responsabilità che abbiamo di non voltare lo sguardo e continuare a parlare.
Riumanizziamoci è un invito.
Un invito a rallentare, ad ascoltare, a sentire, a prenderci cura gli uni degli altri, a non lasciare che l'indifferenza prenda il posto dell'empatia.
Perché la più grande forma di resistenza, oggi, è continuare a restare profondamente umani. Come disse il buon Vik, Vito Arrigoni: Restiamo Umani!

