Nata nel 1980 a Gavoi, nel cuore della Barbagia, sono cresciuta in un microcosmo fatto di scambi culturali e tradizioni profonde. La creatività e la manualità sono state la mia bussola, portandomi lontano dalla Sardegna, prima di ricondurmi lungo il sentiero di casa.
Il mio percorso artistico ha trovato una prima identità nel mondo del tatuaggio, un’esperienza che ha definito il mio tratto e la mia visione. Come autodidatta, ho imparato a mescolare l'essenzialità del segno con la complessità delle storie sarde,leggende, motti popolari e oggetti quotidiani che diventano simboli.
Al centro della mia ricerca resta il femminile, inteso come autodeterminazione e libertà dagli stereotipi, contaminato da un’estetica anticonformista.
Oggi, quella fame di sperimentazione mi ha riportata a un’arte antica, osservata fin da bambina tra le mani delle donne della mia famiglia, il ricamo. Da questo incontro tra passato e presente nasce Arràstos (orme). Sono le tracce che seguo e quelle che desidero lasciare.
Attraverso l'insolito connubio tra ricamo e fotografia, trasformo lo scatto in tela, fili di seta e cotone sostituiscono le pennellate, dando tridimensionalità ai dettagli e permettendo all’immagine di uscire dai suoi confini per diventare materia palpabile.

L'opera
Arràstos
Nelle mie opere, l'ago e il filo non si limitano a decorare la fotografia, ma ne scardinano la natura. Forare l'immagine significa ferirla, ma il filo che attraversa quella ferita la ripara, è un gesto di cura.
In un'epoca dominata dalla proliferazione di immagini immateriali e istantanee, il ricamo impone una sosta,richiede pazienza, presenza, manualità.
I margini sono i confini dell'inquadratura, ma sono anche i dettagli trascurati, le storie non dette che il filo porta in primo piano. Ricamare significa dare spessore tattile a ciò che è piatto, dare voce a ciò che è rimasto ai margini della visione.
La fotografia ricamata diventa così una zona di confine dove la vulnerabilità del supporto fotografico incontra la forza costruttiva del filo. Non è una pacifica convivenza, ma una tensione poetica, la prova tangibile che si può resistere, restando impressi, un punto alla volta.

